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La Passione di Dio

XXVII Domenica del T.O.

La Passione di Dio

La più grande felicità per un vignaiolo è parlare della propria vigna e far visitare la propria cantina. Ascoltarlo "raccontare" la propria vigna con gli anni buoni e gli anni cattivi, vederlo sollevare i tralci, palpare le foglie, sollevare i grappoli è un vero piacere. Ama la propria vigna che gli rende bene fino al giorno in cui col diminuire delle forze non può più occuparsi direttamente e deve "affidarla ad altri".

Ricordo l'ultima visita fatta con lui. L'ho rivista da poco, lasciata in abbandono, invasa da erbacce e con piccoli grappoli. Per capire la parabola della vigna nel libro di Isaia e nel Vangelo bisogna percepire l'attaccamento "sentimentale" di colui che la coltiva. E' l'effetto di interventi ripetuti e permanenti, di protezione vigilante contro le malattie. La vigna non lascia mai il viticultore inattivo.
"La vigna del Signore onnipotente è la casa d'Israele"ci dice Isaia. E' la coscienza che il Popolo eletto aveva di essere amato dal Signore. Quando Gesù nel Vangelo di Giovanni ci dice "Io sono la vera vite" ci dice che è la Nuova Vigna amata dal Padre Vignaiolo e risponde a quest'amore del Padre e lo diffonde tra i suoi discepoli attaccati a Lui come i tralci alla vite. "Come il Padre ha amato me così ho amato voi. Rimanete nel mio amore". Il proprio dell'amore è di donare e di donarsi e tanto Isaia che Gesù parlano dei numerosi investimenti fatti sulla vigna senza dimenticare niente "Potevo fare per la mia vigna più di quanto ho fatto?". Dio si riconosce in questa generosità. Noi ci riconosciamo in questa vigna ricolma di doni e di attenzioni. "Tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia". L'atto di fede più autentico non è affermare che Dio esiste ma che Dio mi ama.
Impariamo da Dio Vignaiolo cosa vuol dire amare veramente. Tutti abbiamo una vigna o delle vigne da coltivare, una famiglia, una missione nella chiesa, delle persone che ci sono state affidate, delle responsabilità da assumere. Possiamo dire che facciamo il massimo per la nostra vigna?

Leggendo Isaia si rimane sorpresi della violenza con cui il padrone tratta la sua proprietà. Ne fa un deserto. Riconoscevano in questo la presa di Gerusalemme e l'esilio, considerati come una punizione per l'infedeltà. Ma si sa che che questa situazione è stata provvisoria perché Dio non ha mai abbandonato il suo popolo. Delle immagini ci traducono la "passione di Dio". Dio non è impassibile! Ce lo ha mostrato in Gesù Cristo.
Il padrone della Vigna evangelica non reagisce meno violentemente dinanzi al tradimento degli operai. Questa reazione ha due tratti significativi:
- Il ripetere dell'invio dei servi e soprattutto l'invio del Figlio esprime luminosamente la pazienza di Dio attraverso tutta la storia biblica. Con la successione dei profeti fino a mandare Gesù, crocifisso "fuori della vigna" sul Golgota, fuori delle mura di Gerusalemme-.
- Il trasferimento della vigna ad altri. Il testo di Matteo la dice lunga sul dibattito esistente al momento della redazione del vangelo di Matteo tra le comunità giudaiche che si ritenevano "proprietà di Dio" e i cristiani che si ritenevano i nuovi depositari della fiducia di Dio.
Alla luce della storia i cristiani hanno sempre prodotto i frutti attesi? Hanno sempre portato al Padrone i frutti della vigna? La questione è da porsi all'inizio del terzo millennio. Guardandosi indietro ai duemila anni di cristianesimo insieme alle favolose "raccolte di santità" e di evangelizzazione del mondo dobbiamo anche costatare dei frutti amari di divisioni e di spettacoli di violenze. Qual è l'attuale situazione?
L'affievolimento della fede e dei valori cristiani della vitalità missionaria ci interpella. Dio "che non abbandona mai" non potrà affidare "La sua vigna ad altri"?
Non siamo forse l'oggetto della pazienza di Dio?

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